Ripristino natura: pesca chiede cabina di regia e authority per transizione ittica

Ripristino natura: pesca chiede cabina di regia e authority per transizione ittica

martedì 3 marzo 2026

Le richieste avanzate dalla cooperazione in audizione alla Camera

Ripristino natura: pesca chiede cabina di regia e authority per transizione ittica

Partecipazione diretta del settore produttivo alla governance del Piano Nazionale di Ripristino e istituzione di una cabina di regia dedicata alla transizione ittica: sono queste le richieste avanzata con forza da AGCI Pesca e Acquacoltura, Confcooperative Fedagripesca e Legacoop Agroalimentare (Alleanza delle Cooperative Pesca e Acquacoltura) nel corso dell’audizione presso la Camera dei Deputati, davanti alla VIII Commissione (Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici), nell’ambito dell’esame dello schema di decreto legislativo di adeguamento al Regolamento (UE) 2024/1991 sul ripristino della natura. «La transizione ecologica non può essere calata dall’alto. Pescatori e acquacoltori devono essere riconosciuti come protagonisti del ripristino della natura: chiediamo l’istituzione di un’Autorità per la gestione delle emergenze e della transizione ittica che assicuri coordinamento, rapidità decisionale e compatibilità tra obiettivi ambientali e sostenibilità economica delle imprese», hanno dichiarato AGCI Pesca e Acquacoltura, Confcooperative Fedagripesca e Legacoop Agroalimentare, sottolineando come una governance chiara sia la condizione indispensabile per evitare ritardi attuativi e frammentazioni amministrative. Nel corso dell’audizione è stato ricordato che l’Italia, in sede europea, ha espresso voto contrario al provvedimento non per contrarietà agli obiettivi ambientali, ma per le criticità legate a rigidità applicativa, carenza di risorse dedicate e possibili impatti socio-economici su agricoltura e pesca. La principale preoccupazione riguarda infatti l’assenza di finanziamenti europei specifici per sostenere un piano di ripristino ecologico così ambizioso, con il rischio che i costi ricadano sui bilanci nazionali o sui fondi già esistenti, mentre la prospettiva finanziaria 2028-2034 evidenzia una sensibile riduzione delle risorse destinate a pesca e acquacoltura.

Particolare attenzione è stata posta alla situazione del Nord Adriatico, definita non più emergenziale ma strutturale, con la proliferazione di specie aliene come il granchio blu che ha distrutto i banchi naturali di vongole veraci, fenomeni di eutrofizzazione e anossia legati all’eccesso di nutrienti e al riscaldamento delle acque, eventi meteorologici estremi e tropicalizzazione del clima che alterano l’equilibrio tra acque dolci e salate e processi di stratificazione termica che impediscono l’ossigenazione dei fondali.

Questi fattori hanno portato allo stop prolungato della pesca della vongola di mare e alla rarefazione di altre specie commerciali, con pesanti ricadute occupazionali e sociali per intere comunità costiere.

 

Il Piano Nazionale di Ripristino dovrà quindi andare oltre la conservazione e puntare al recupero funzionale degli ecosistemi attraverso interventi di gestione idraulica e morfologica delle lagune, riduzione degli apporti inquinanti dai bacini fluviali e programmi scientifici di ripopolamento, assicurando che le misure siano compatibili con la sostenibilità sociale ed economica delle imprese. Restano inoltre dubbi sull’assetto amministrativo delineato dal decreto, che individua come autorità responsabili sia il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica sia il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, una struttura che, senza linee guida vincolanti e coordinate, rischia di rallentare l’attuazione degli interventi.

 

Le organizzazioni hanno inoltre ribadito la necessità di misure economiche urgenti, tra cui il rifinanziamento del Fondo di solidarietà nazionale della pesca (ex dlgs 154/2004), indennizzi per gli operatori costretti al fermo, programmi volontari di arresto definitivo delle unità operanti nelle aree più compromesse, sgravi fiscali e contributivi per salvaguardare l’occupazione e il coinvolgimento dei pescatori nei monitoraggi ambientali come vere e proprie “sentinelle del mare”.

 

Nelle conclusioni è stato richiamato anche il rischio di sovrapposizioni tra politiche di ripristino ambientale e sviluppo energetico in mare, con possibili effetti di compressione degli spazi produttivi, ribadendo la necessità di una pianificazione integrata e partecipata. L’auspicio rivolto al Parlamento e alla Commissione europea è che l’attuazione italiana della normativa diventi un’occasione concreta di rilancio ambientale ed economico, capace di coniugare rigore scientifico, sostenibilità e conoscenza operativa di chi vive e lavora quotidianamente il mare.

 

  Alessandra Fabri

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