Previdenza: Focus Censis Confcooperative, nel 2060 in pensione con il 65% della retribuzione

Previdenza: Focus Censis Confcooperative, nel 2060 in pensione con il 65% della retribuzione

giovedì 12 febbraio 2026

Italia prima in UE per spesa previdenziale, terzultima per retribuzioni

Previdenza: Focus Censis Confcooperative, nel 2060 in pensione con il 65% della retribuzione

«Un taglio di 17 punti percentuali sul reddito pensionistico rispetto all'ultima busta paga: è questa la prospettiva che attende chi oggi entra nel mercato del lavoro rispetto a chi va in pensione adesso. Una vera ipoteca sul futuro che si somma ai salari tra i più bassi d'Europa, a una crescente diffusione della povertà lavorativa e a una forte riduzione di lavoratori, ben 7,7 milioni in meno, entro il 2050. È il frutto di dinamiche incrociate degli ultimi 30 anni». Così Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative sintetizza con preoccupazione i dati che emergono dal Focus Censis Confcooperative "Pensioni, ipoteca sul futuro?".

Il divario generazionale: I numeri parlano chiaro: chi è andato in pensione a 67 anni, dopo 38 anni di carriera continuativa nel settore privato iniziata nel 1982, può contare su un tasso di sostituzione netto dell'81,5%. Suo figlio o sua figlia, che oggi ha 33 anni ed è entrato nel mercato del lavoro nel 2022, sempre con una carriera continuativa di 38 anni, quando andrà in pensione nel 2060, sempre a 67 anni, avrà un tasso di sostituzione del 64,8%.

La differenza drammatica: 16,7% in meno di sicurezza economica. A parità di anni lavorati e di continuità contributiva, la generazione più giovane sperimenterà una prestazione pensionistica significativamente più contenuta, con una distanza tra ultima retribuzione e prima pensione che quasi raddoppia: dal 18,5% al 35,2% rispetto ai pensionati di oggi.

Tav. 1 – La dinamica delle pensioni nel confronto tra padre e figlio/a

Tipologia di entrata e uscita dal lavoro

Rapporto fra l’importo della prima rata annua di pensione ed il livello dell’ultima retribuzione annua ottenuta lavorando

Ex dipendente nel settore privato di 73 anni con carriera continuativa. Ha iniziato a lavorare nel 1982 a 29 anni. Uscito dal lavoro nel 2020 a 67 anni.

81,50%

Dipendente oggi nel settore privato di 33 anni con carriera continuativa. Ha iniziato a lavorare nel 2022 a 29 anni. Uscirà dal lavoro nel 2060 a 67 anni.

64,80%

Fonte: elaborazioni Censis su dati RGS

Italia terzultima (venticinquesima) in Europa per quota salari sul PIL L'Italia si colloca al venticinquesimo posto in Europa per incidenza dei salari sul PIL: appena il 28,9%, contro il 44,9% della Germania, il 38% della Francia e il 37,1% della Spagna. Un divario che dura da trent'anni e che si è cristallizzato in un equilibrio al ribasso persistente nel tempo.

Le prospettive demografiche aggravano il quadro Tra il 2025 e il 2050 la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) si ridurrà di 7,7 milioni di unità, pari a una contrazione del 20,5%. Una dinamica che, in presenza di livelli di povertà già elevati e di una quota rilevante di occupati in condizioni di vulnerabilità economica, renderà ancora più persistenti le fragilità sociali del Paese.

Tab. 6 - Popolazione in età lavorativa in Italia, 2025-2050 (v.a., diff. ass. e var. %)

 

15-64 anni

Totale popolazione

V.a. in milioni

   

1° gennaio 2025

37,3

58,9

1° gennaio 2050 (*)

29,7

54,7

     

Diff. ass. in milioni

-7,7

-4,3

Var. %

-20,5

-7,3

(*) Previsioni della popolazione, scenario mediano - Fonte: elaborazione Censis su dati Istat

La spesa pensionistica più alta d'Europa Paradossalmente, nonostante le prospettive sempre più ridotte per le nuove generazioni, l'Italia presenta il livello più elevato di spesa pensionistica in rapporto al PIL tra i Paesi europei: 15,5% nel 2023, contro una media UE del 12,3%. Un dato che riflette l'invecchiamento demografico del Paese – quasi la metà della popolazione ha più di 50 anni – e le politiche previdenziali degli ultimi decenni.

Tab. 8 – Spesa per le pensioni nei Paesi dell’Unione europea, 2023 (% del Pil)

 

% del Pil

Italia

15,5

Francia

14,6

Austria

14,4

Grecia

14,0

Finlandia

13,7

Spagna

13,2

Belgio

12,8

Portogallo

12,5

Danimarca

11,5

Germania

11,5

Paesi Bassi

11,1

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Fonte: elaborazione Censis su dati Eurostat

Working poor: 2,4 milioni di occupati a rischio povertà

Il problema non riguarda solo il futuro. Oggi in Italia lavorare non garantisce più automaticamente di uscire dalla povertà. Nel 2024 il 10,3% degli occupati tra 18 e 64 anni risulta a rischio di povertà, per un totale stimato di circa 2,4 milioni di persone. Tra i giovani occupati di 20-29 anni l'incidenza sale al 12%, pari a 349mila individui.

Le famiglie con persona di riferimento operaia registrano un'incidenza della povertà assoluta pari al 15,6%, mentre tra dirigenti, quadri e impiegati la quota scende al 2,9%. Un dato che conferma come la qualifica professionale rappresenti oggi un discrimine fondamentale nel determinare le condizioni di vita.

Tab, 7 - Occupati a rischio povertà lavorativa in Italia, 2024 (*) (v.a. e val.%)

 

2024

Occupati 20-29 anni a rischio povertà lavorativa (val. %)

12,0

Stima occupati 20-29 anni a rischio povertà lavorativa
(v.a. in migliaia)

349

Occupati 18-64 anni a rischio povertà lavorativa (val. %)

10,3

Stima occupati 18-64 anni a rischio povertà lavorativa
(v.a. in milioni)

2,4

(*) Individui che hanno lavorato per più della metà dell'anno di riferimento del reddito e che vivono in famiglie a rischio di povertà (con reddito netto equivalente inferiore al 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito netto equivalente). L'anno di riferimento del reddito è il 2023. Fonte: elaborazione e stima Censis su dati Eurostat e Istat

Generational pay gap In Italia ci sono oltre 16,3 milioni di pensionati, con importi medi mensili lordi di 2.142 euro per gli uomini e 1.595 euro per le donne, per una media complessiva di 1.861 euro. La retribuzione lorda media annua nel settore privato si attesta a 24.486 euro, ma con profonde asimmetrie. Il gender pay gap raggiunge il 29,1%: gli uomini percepiscono in media 8mila euro in più all'anno rispetto alle donne (27.967 euro contro 19.833 euro). Il divario generazionale non è da meno: a parità di qualifica, i lavoratori junior (20-34 anni) guadagnano il 39,8% in meno rispetto ai senior (over 50), quasi 11.880 euro in meno all'anno.

Tab. 3 – Il generational pay gap tra le tre classi d’età in base alla loro retribuzione media, Italia 2024 (val. %)

 

Generational pay gap

 Qualifica

Junior-Middle

Middle-Senior

Junior-Senior

 

val. %

Operai

24,8

3,0

27,0

Impiegati

22,5

10,8

30,9

Quadri

13,1

3,0

15,7

Dirigenti

45,3

13,9

52,9

Apprendisti

1,4

 

 

Altro

40,1

18,6

51,2

Totale

31,9

11,6

39,8

Fonte: elaborazione Censis su dati Inps

 

 

  Francesco Agresti

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