Oggi 1 italiano su 4 è over 65, 4,6 milioni gli ultrasessantacinquenni che vivono soli: una popolazione grande quasi quanto l’Emilia-Romagna e secondo le proiezioni Istat, entro il 2050 potrebbero essere 6,6 milioni le persone sole con almeno 65.
Vivere più a lungo è una delle grandi conquiste del nostro tempo, ma l'aumento della longevità chiede di ripensare profondamente i sistemi di welfare, di cura e di assistenza. Dal 1965 ad oggi abbiamo guadagnato più di 13 di vita, ma la sfida oggi, non è solo vivere di più, ma farlo in condizioni migliori. I dati ci dicono che su un’aspettativa di vita media di 83,7 anni nei viviamo circa 24 in condizioni di salute non pienamente buona. E questo vale in particolare per le donne, che vivono più a lungo, ma trascorrono più anni con cronicità o salute percepita non buona.
È questo il tema al centro della Giornata internazionale delle persone anziane 2026, che si celebra il 1° ottobre, dedicata dall'ONU alla necessità di ripensare i sistemi per accompagnare vite più lunghe.
In questa occasione Confcooperative richiama la necessità di rafforzare le politiche per l’invecchiamento in salute, i modelli per la gestione delle cronicità, i servizi rivolti alla non autosufficienza.
Per fare questo occorre sostenere la domiciliarità, valorizzare il lavoro di cura e garantire una maggiore integrazione tra servizi sanitari, sociali e territoriali.
“La longevità non può essere considerata soltanto una questione demografica o sanitaria -sottolineano Stefano Granta presidente Confcooperative Federsolidarietà e Mauro Abate presidente Confcooperative Sanità -. È una grande trasformazione sociale che riguarda le famiglie, le comunità e l'intero sistema di welfare. La sfida è fare in modo che agli anni di vita si accompagnino autonomia, dignità, relazioni e qualità della vita”.
Per le cooperative sociali e sociosanitarie questa trasformazione significa rafforzare un modello fondato su politiche per l’invecchiamento attivo intersettoriali, sulla presa in carico della persona, sulla continuità assistenziale e sulla prossimità. Dalla domiciliarità ai servizi territoriali, dalle strutture residenziali e semiresidenziali al sostegno alle famiglie e ai caregiver, le cooperative rappresentano una rete capillare in grado di intercettare i bisogni e costruire risposte personalizzate.
Le cooperative dell’area welfare occupano complessivamente circa 400.000 lavoratori e svolgono un ruolo strutturale nell’organizzazione dei servizi: gestiscono l’87,5% dell’assistenza domiciliare e semiresidenziale e il 53,6% delle strutture residenziali oltre a coinvolgere una quota significativa dei medici di medicina generale. In molte aree interne rappresentano spesso l’unico presidio sociosanitario organizzato
“Dobbiamo spostare sempre più il baricentro dalla risposta alla fragilità già conclamata alla prevenzione e all'intercettazione precoce dei bisogni - proseguono Granata e Abate-. Questo significa investire nella domiciliarità, rafforzare i servizi di prossimità e costruire una reale integrazione tra assistenza sociale e sanitaria”.
In una società che invecchia, inoltre, la qualità della vita non può essere misurata soltanto attraverso l'accesso alle cure. Solitudine, isolamento sociale, perdita di autonomia e difficoltà delle famiglie nel sostenere i propri anziani sono dimensioni che richiedono risposte altrettanto strutturate.
“Una società longeva ha bisogno di comunità capaci di prendersi cura delle persone. È questa la sfida che la longevità pone al nostro welfare e che dobbiamo affrontare insieme, istituzioni, famiglie, comunità e soggetti che ogni giorno sono al fianco delle persone”, concludono i due presidenti.
Alessandra Fabri