Caldo estremo, allarme allevamenti: latte in calo del 10%, animali allo stremo e costi in aumento
L’ondata di caldo eccezionale che sta interessando l’Italia mette sotto pressione gli allevamenti e rischia di compromettere la produzione lattiero-casearia. Le temperature record, destinate a protrarsi ancora per almeno dieci giorni, stanno causando un forte stress agli animali, con una conseguente riduzione della produzione di latte di circa il 10%. «Non ricordiamo un periodo con così tanti giorni consecutivi di temperature tanto elevate. Gli animali non riescono più a recuperare durante la notte, restano in una condizione di stress continuo e iniziano a manifestare patologie che normalmente non si registrano negli allevamenti», denuncia Alessandro Mocellin, Presidente del Settore Latte di Confcooperative Agroalimentare.
Le conseguenze iniziano già a riflettersi sulla produzione. Se nel mese di giugno la produzione nazionale era ancora sostanzialmente in linea con lo stesso mese dello scorso anno, nei primi giorni di agosto stiamo assistendo ad una contrazione produzione di circa il 10% rispetto all’ultima settimana di luglio. «Un calo su cui pesa – spiega Mocellin - anche la crescente difficoltà di garantire acqua sufficiente agli allevamenti, soprattutto nelle aree di pianura e nella Pianura Padana, dove la scarsità della risorsa idrica rappresenta ormai un'emergenza strutturale. Le criticità riguardano anche l'alimentazione del bestiame: la raccolta dei foraggi è inferiore alle attese ed è facile prevedere anche un peggioramento della qualità». A questo scenario già fortemente condizionato dal protrarsi delle temperature elevate, si aggiunge l’impatto dei costi di produzione. Il prezzo del gasolio agricolo è in continua crescita, mentre i costi energetici registrano aumenti superiore al 15%. In diverse aree del Paese si registrano inoltre blackout elettrici per via del forte incremento dei consumi.
Sul fronte del mercato, la situazione resta delicata: il nostro paese si avvia verso una produzione record per l’anno in corso di circa 14 milioni di tonnellate, in aumento di circa il 5% rispetto al 2025, ma la domanda, spiega il Presidente Mocellin, «non riesce ad assorbire completamente l'offerta, con inevitabili tensioni sui prezzi».
In questo scenario, va registrata una sostanziale tenuta delle denominazioni d'origine più strutturate che, spiega Mocellin, «dispongono di strumenti più efficaci per affrontare la situazione di criticità: il Parmigiano Reggiano continua a distinguersi per la solidità del mercato e anche il Grana Padano mantiene un equilibrio soddisfacente. Più complessa, invece, la situazione delle altre produzioni Dop, che risentono maggiormente della contrazione dei consumi interni e di una minore capacità di esportazione». «Se si escludono Parmigiano Reggiano e Grana Padano – conclude - il resto del comparto caseario vive una fase di forte tensione. Anche produzioni importanti come l’Asiago mostrano un mercato sostanzialmente stabile, ma con crescenti difficoltà nella commercializzazione del prodotto. Oggi sono soprattutto i mercati esteri a sostenere le vendite, ma non tutte le Dop possono contare sulla stessa forza esportatrice dei due grandi formaggi italiani».