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Donne, sono maggioranza nelle coop, in crescita imprenditrici e libere professioniste

Tra le cooperative 1 su 3 è a guida femminile, è donna il 58% degli occupati e la governance rosa si attesta al 26%

Categorie: Confederazione, Federazioni, Territorio

Donne, sono maggioranza nelle coop, in crescita imprenditrici e libere professioniste
Fallita la ricerca del “posto di lavoro”, mettersi in proprio diventa la strada più percorribile, grazie anche agli sviluppi delle tecnologie della comunicazione  e ai costi decrescenti nell’avvio di un’attività imprenditoriale o autonoma. È forse all’interno di questo milieu culturale e comportamentale che si è assistito, negli ultimi anni, a una maggiore intraprendenza delle donne nel mercato del lavoro, nonostante la crisi abbia prodotto effetti pesanti sull’occupazione e sulle opportunità di inserimento nel lavoro. È quanto emerge da “Donne al lavoro, la scelta di fare l’impresa”, il focus Censis – Confcooperative. 

Le donne imprenditrici in Italia nel 2016 sono pari a 51mila contro i 184mila imprenditori uomini (tab. 1). Nel 2007, anno immediatamente precedente al manifestarsi della crisi, le donne alla guida di imprese erano 64mila, gli uomini 253mila. Il saldo negativo in entrambi i casi è evidente, ma se si osservano i dati più recenti si registra un tendenziale ripresa delle donne dal 2015, che anticipa di un anno la crescita degli imprenditori uomini avvenuta nel 2016. I numeri indice con base uguale a 100 nel 2007 confermano per le donne il rimbalzo dopo il 2014 e il consolidamento nel 2016. 

La Lunga Recessione ha definitivamente mutato il tradizionale quadro di contesto del lavoro, all’interno del quale si andavano a collocare in maniera coerente processi come l’inserimento al lavoro, la carriera professionale, l’applicazione operativa delle competenze acquisite. Per avere una rappresentazione fedele delle trasformazioni che oggi interessano il lavoro, bisogna sintonizzarsi sulle scelte che le donne stanno compiendo per trovare un’occupazione. 

A fronte di un tasso di occupazione che ancora diverge per quasi 20 punti percentuali rispetto agli uomini (66,9% di questi ultimi contro il 48,5% delle donne a maggio di quest’anno), emergono invece fenomeni che attestano una forte volontà di partecipazione e di inserimento da parte della componente femminile. Sarebbe un errore derubricare questi fenomeni come di derive di femminilizzazione di alcune professioni in declino o di insediamento in determinati segmenti marginali delle attività economiche; il nuovo protagonismo femminile appare invece motivato - come scelta obbligata e come aspirazione – da una spinta all’iniziativa personale e alla voglia di fare in proprio.

 L’andamento dei lavoratori in proprio mostra chiaramente la “perdita” di circa 400mila posizioni lavorative, prevalentemente concentrata nella componente maschile. Anche in questo caso i numeri indice riescono a rappresentare efficacemente la dinamica prodottasi nel corso dei dieci anni osservati e mostrano un andamento negativo più contenuto per le donne rispetto agli uomini, con una differenza per le prime di circa dieci punti, mentre per i secondi la distanza raggiunge i dodici punti. La vera sorpresa la riserva l’andamento dell’occupazione nelle libere professioni. In questo segmento la crescita delle donne è continua nei dieci anni (a esclusione del 2009) e consistente nonostante la crisi. Il saldo positivo totale, a fine periodo, è di 259mila professionisti, di cui 170mila sono attribuiti alle donne e i restanti 89mila agli uomini. L’incremento porta le professioniste al 5,1% delle occupate contro il 3,5% del 2007; il numero indice nel 2016 è 154,2 per le donne, contro il 110,9 degli uomini.

 Considerando nell’insieme la performance decennale dei tre segmenti principali dell’occupazione indipendente (imprenditori, lavoratori in proprio e liberi professionisti), è evidente la tenuta della componente femminile, che cresce nonostante tutto di 71mila occupate, mentre quella maschile accusa un ridimensionamento di oltre 300mila unità (tab. 2).        

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